Ho sprecato la mia domenica di Pasqua, quest’anno, e non me ne vogliano i miei familiari, con cui l’ho trascorsa. L’ho sprecata perché, superficialmente, mi sono dimenticato che a Bulciago, proprio domenica, si sarebbero svolti i funerali di Vittorio Arrigoni, l’attivista italiano barbaramente ucciso in palestina, la terra che tanto ha amato e che ha cercato di rendere un posto migliore fino alla drammatica morte. Non conoscevo Vittorio Arrigoni e non sono nemmeno di quelli che possono spiegare in due parole cosa sia giusto fare in Palestina, chi abbia ragione e chi no. Sono però indubitabilmente dalla parte di chi, a differenza mia e della maggior parte di noi, decide di fare delle scelte di vita umane e umanitarie, che portano a volte a questi episodi di martirizzazione laica.

Non conoscevo Vittorio Arrigoni ma, da quello che ho capito, mi è sembrato una persona capace di fare, piuttosto che di parlare, capace di stare vicino a chi davvero aveva bisogno, piuttosto che di lavarsi la coscienza in qualche altro modo. Non avrò mai il coraggio di fare una scelta simile, lo ammetto, ma avrei voluto andare almeno a salutare chi invece ce lo ha avuto e ha pagato tutto questo a così caro prezzo. Banalmente e stupidamente, me ne sono dimenticato. Se ne è ricordato, invece, Angelo Proserpio, che ha condiviso con me e con altri questo ricordo che trovo molto bello. Ringrazio Angelo per queste parole e per ricordarmi, con l’esempio, tante altre cose. Io, a mia volta, lo condivido con voi.

“Sono stato al funerale di Vittorio Arrigoni, la domenica di Pasqua.

Migliaia di persone hanno affollato il ridente paesino della Brianza per portare l’estremo saluto a un martire della pace.

Nella piccola palestra sono risuonate parole forti, parole dolci, canti della tradizione cristiana e della Resistenza. La funzione religiosa è stata uno straordinario collante perché una volta tanto le parole dei celebranti non sono state di ordinaria amministrazione ma vibranti, come quelle di Hilarion Cappucci, vescovo emerito di Gerusalemme.

Il momento più intenso è stato per quello che ha diviso la funzione religiosa dalla commemorazione laica. Ancora storditi dalle ultime parole di Cappucci:  Vittorio  un martire, un eroe, un santo, un pastore che ha difeso il suo gregge, per  lunghissimi minuti gli organizzatori hanno involontariamente lasciato spazio ad un enorme silenzio.  Sulla scena spogliata degli arredi sacri, il feretro di Vik è rimasto solo ed è stato come se la bara si sia sollevata sopra l’assemblea e abbia oltrepassato le pareti per posarsi sull’erba del prato tra le migliaia di essere umani in una corona di ridenti colline di una Brianza che è ancora umana. E’ stata come un’ultima dolcissima sfida alle ragioni della guerra, un ennesimo messaggio di un sogno di pace. In quel momento ho incrociato sguardi, ho visto lampi di orgoglio, segnali di resistenza, di possesso di un’identità  ideale.

I canti e le parole giungevano attutiti da una sordina che li ha fatti penetrare più in profondo. Anche il sole indugiava quasi non volesse tramontare “com’è soave questo raggio d’april”.

Vissuto per difendere i deboli, Vik sapeva che la misura di amare è di amare senza misura.  Ho trattenuto a lungo nella mente le parole dette della Tavola della Pace di Lecco: raccogliamo i sogni di Vik non per la memoria ma per il futuro, non per il cielo ma per questa terra.”

Angelo Proserpio

Restiamo umani

ag

Annunci