Ci sono giorni – troppi giorni – in cui a qualcuno tocca dire: “papà non torna più”. Ci sono giorni in cui intere famiglie vengono spezzate da notizie drammatiche. Sono giorni in cui la tragedia di una morte improvvisa arriva e ti lascia lì impotente. È un destino inaccettabile che colpisce persone che stanno semplicemente compiendo il proprio dovere, a volte per uno stipendio da fame. Persone che forse hanno scelto la propria professione perché non avevano alternative o perché ci credevano. Ma non cambia. Il ritorno a casa – l’ultimo ritorno a casa – lo devono fare comunque all’interno di una cassa di zinco. E non c’è nessuna bandiera italiana ad avvolgerli e nessuna nazione che li piange. Eppure anche loro hanno servito il proprio Paese, anche loro hanno contribuito a tutelare i nostri interessi, lavorando per quell’Italia che sa portare sul territorio e all’estero le proprie capacità. Sono i lavoratori “normali”. Gente che non abbraccia il fucile ma la cazzuola, la sega elettrica, il volante di un camion. E muore sul posto di lavoro. E non c’è nessuno ad ascoltare, nel silenzio di ghiaccio che circonda questa realtà, il loro ultimo grido disperato.

Ogni anno, in Italia, i morti sul lavoro sono oltre 1200. Vuol dire che ogni giorno tre/quattro persone non tornano più a casa. Muoiono lavorando, ed è una cosa normale. Non c’è nessun esercito mandato a tutelarli né nessuno scandalo o contrizione all’interno del Paese. Sono solo numeri che fanno statistica e non interessano più di tanto, a parte quando i casi sono clamorosi, come quello della Thyssen dell’altr’anno. Eppure – se ci pensate – la morte sul lavoro colpisce in maniera sleale esattamente come il terrorismo: nessuno di noi può dirsi preventivamente in salvo. Basta un ponteggio fissato male, per dire, e una tegola può cadere sulla testa di chiunque. Quello che cambia è l’impatto emotivo. Da anni – quasi 10 – siamo martellati dalla paura del terrorismo. Ora, senza voler entrare nel merito delle nostre guerre all’esterno né voler in alcun modo minimizzare i tragici fatti di Madrid e di Londra, i numeri del terrorismo e dei morti sul lavoro non sono minimamente paragonabili. In Italia, tenendo in considerazione l’ultimo decennio, siamo a qualcosa come 12mila a zero.

12.000 a 0.

Allora credo che sia il caso di porci qualche domanda sull’impegno che viene dedicato alla politica alle due differenti problematiche. Perché mentre della prima – la guerra – si parla continuamente e si dipingono come eroi i militari morti all’estero, dei morti sul lavoro parlano soltanto alcune organizzazioni dei lavoratori e lo Stato, da parte sua, non sembra molto interessato a far sì che le normative in proposito siano non solo efficaci, ma attuate correttamente.

Non ci sono audience, marketing, necessità d’impaurire il il popolo per convincerlo che sia giusto invadere un paese sovrano per tutelare le proprie politiche internazionali. I morti normali, come me e te che mi leggi, sono relegati a notizie frammentarie sui portali Internet di Serie B. Allora chiediamocelo, amici miei. Facciamoci questa domanda, mentre piangiamo, insieme alla nostra pletora di ministri, le recenti morti di quattro dei nostri militari in Afghanistan. Chiediamocelo mentre contiamo le statistiche. Chiediamoci se chi ci governa stia davvero spendendo le risorse del Paese nella maniera più opportuna. Chiediamoci quale sia il ruolo della stampa in tutto questo. Chiediamoci dove viene portata la nostra attenzione e quale siano le tematiche che ci toccano davvero più da vicino.

12000 a 0.

Qual è la guerra che vale davvero la pena combattere?

In ricordo di tutti i lavoratori che ogni giorno muoiono compiendo il proprio dovere per questo Paese, da Ventimiglia a Kandahar.

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