Succede a Saronno, in un bar qualsiasi. Ma non è il posto, è il mood di questa cosiddetta civiltà. Il posto è pieno di gente, tanti giovani il mercoledì sera, perché si sa che ci sono sere in cui ci si trova tutti in un posto e via. Davanti a me c’è un gruppo di ragazzi qualsiasi. Anzi, qualunque. Parte qualche “orcodio” (cit.) tanto per inquadrare i personaggi. Tutti figli belli di questo beato paese. Entra un pachistano che vende rose. Uno dei quattro, il più spavaldo e anche il più brutto – sfiga per lui – decide che è giusto pigliarlo un po’ per il culo. Lo manda di qua e di là dicendogli “vai da quello, che ti compra le rose. Eh, no, io non posso, non ho i soldi”. Una scena come tante. Troppe?

Sapete perché la cosa funziona? Perché il mentecatto in questione sa benissimo che non rischia nulla. Sa benissimo che il pachistano è un poveraccio e lui può fare quello che vuole, tanto non lo difenderà nessuno. Nemmeno io. Ho seguito tutta la scena, durata cinque minuti buoni, con occhi di vetro e – ahimé – non ho ceduto al desiderio di andare lì, piazzare 50 euro in mano al pachistano e fare una scena madre. Così, perché cazzo è giusto rispettare la gente. E me ne frego se è normale che i negri siano una razza inferiore che può essere presa per il culo. Non credo che il cicco che si divertiva tanto sarebbe stato molto felice di ricevere lo stesso trattamento. Eppure non ho mosso un dito. Perché? Paura, ovvio. In fondo chemmifrega, affari del pachistano.

E allora funziona tutto così, e vale la pena dirlo. Mentre questo paese scivola nell’indecenza della sua classe politica, nella manganellate in faccia ai manifestanti, nei sindacati messi l’uno contro l’altro, nel salire delle tensioni sociali e dell’emergenza economica, lo spazio occupato dal proprio orto diventa sempre più piccolo e importante. Serve che nessuno tocchi noi, i nostri interessi e – meno che mai – le idee che crediamo nostre e che spesso sono figlie di un marketing politico, ideologico o semplicemente del niente. Tanto la gente non pensa mai a un cazzo, finché non si trova un pachistano, una volta, che gli mette un coltello alla gola. E allora dagli allo straniero.

Generalizzare non è certamente segno d’intelligenza e stasera scrivo di corsa, con il sangue bollente. Per uno arrogante ce n’erano cento tolleranti. Ma il punto è che questo episodio dice una cosa: non siamo più tutti uguali, nemmeno nella banale dignità. Io sono un cittadino romano. Se qualcuno mi tocca, posso fare, denunciare, essere difeso. Attorno a noi brulica un mondo che chissà dove finisce, quando lo non ce l’abbiamo davanti agli occhi. Questo mondo è senza valore, senza difese, senza niente.

L’odio che seminiamo, ogni sera, ogni giorno, nei bar, nei posti di lavoro, presto inizierà a far bollire i nostri schiavi.
La Storia insegna che nessun Impero può reggere alla loro rabbia.

Lo sa, il ragazzo con il giubbotto verde?

ag

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