Ho avuto – ehm – la fortuna di essere stato, settimana scorsa, testimone oculare di quella che la stampa locale ha definito “rissa tra bande”, avvenuta in centro a Saronno, sotto il portico dell’ex-mulino Canti. Vi racconto com’è andata davvero, un po’ alla mia maniera. Le conclusioni traetele voi. 🙂

Tutto comincia con una ragazza che grida. Mi affaccio alla finestra. Sono a cena da amici, in piazza San Francesco a Saronno. Dal mio privilegiato punto di osservazione si vede una ragazza vestita di bianco che strilla e piange. Non capisco cosa dice. E’ straniera, sembra russa. Da sotto il portico spunta un ragazzo magrebino, cerca di consolarla. Poi un’altro, che si scrolla la mano. Sono agitati, ma non troppo. Non si capisce cosa succede. Guardano tutti sotto il portico. Forse qualcuno è stato male, forse qualcuno si è fatto male.

La scena prosegue per qualche minuto, sempre più o meno uguale. La ragazza è sempre più agitata, gli uomini si danno da fare, sotto il portico dell’ex-mulino Canti. Dall’altra parte della strada, la gente comincia a fermarsi, le auto rallentano. Nessuno si avvicina, gli immigrati fanno paura. Passano cinque minuti. Un ragazzo giovane, ben vestito, attraversa la strada. Guarda e prende il cellulare senza parlare con nessuno. Un magrebino gli si avvicina, tranquillo. Si parlano un attimo, si fa passare il telefono, poi stanno lì e guardano sotto il portico. Ora la gente è sempre di più, la ragazza piange. Non sembra che qualcuno sia stato male, forse è peggio. Forse è una rissa, ma non abbiamo sentito nessun litigio, nessuna fuga rocambolesca. Solo l’urlo della donna.

Il primo ad arrivare è un carabiniere “buono” che sembra passare lì per caso. Scende dalla sua Punto, da solo, parla con i marocchini. Non c’è moltissima agitazione. Dopo tre minuti arrivano i carabinieri “cattivi”. Sirene spiegate, contromano, scendono in due e s’infilano subito i guanti di pelle. Non è un bel segnale per chi sta sotto il portico. Scopro che c’è un’altra finestra che permette di vedere tutto, mi affaccio. Un ragazzo magrebino è sdraiato a terra, gli altri attorno. Lì vicino una bottiglia spaccata. Ok, ora è tutto più chiaro. Perde sangue dalla testa. Non sembra tanto. Sembra stordito, ma ho il sospetto che quella a terra sia solo una delle tante bottiglie scolate durante la serata.

Da ultima arriva anche l’ambulanza. I volontari danno un’occhiata, poi prendono la barella e si avvicinano. Il marocchino si alza, fa due metri e prova a scappare. Lo riacciuffano camminando. I suoi compagni di avventure parlano con i carabinieri e con i volontari. Lui tira fuori il portafogli, mostra qualcosa. Lo caricano sulla barella, un rivolo di sangue gli cola dalla fronte. Hai presente quando ti tagli un dito per sbaglio affettando il salame? Ecco, siamo in quell’ordine lì. L’ambulanza va via. Entra in scena la gente dell’ex-mulino Canti. Parlano con i carabinieri. Un signore sulla cinquantina è il più agitato. Non sento cosa dice, mentre gesticola animatamente con uno dei due carabinieri “cattivi”, ma quello sembra dargli ragione. Gli extracomunitari, intanto, sono sempre lì. La gente attorno pure.

Poi piano piano vanno via tutti, dal portico dell’ex-mulino Canti. Sulla piazza scende un silenzio che sembra irreale.  Si sente solo – incessante – il rumore delle auto. I miei ospiti mi dicono che tutte le sere c’è casino, che spacciano, rubano le bici, bevono, che vorrebbero tirargli una secchiata d’acqua bollente. Penso al mio appartamento alla Cassina Ferrara, è un altro mondo.

Passano un paio d’ore, si sente di nuovo un grido di donna. Mi affaccio. Dei ragazzi festeggiano la fine della scuola. Sono una ventina, seduti su una panchina di piazza San Francesco. Avranno 17/18 anni e sono belli allegri. Sicuramente hanno bevuto. Si rincorrono per la piazza, tanto non c’è in giro un’anima. Sotto i portico dell’ex-mulino Canti, intanto, il gruppetto protagonista del fattaccio è tornato. Sono lì che parlano, concitati ma tranquilli. C’è anche la ragazza vestita di bianco, non si agita più.

Un po’ di vita passa, tutta insieme, in piazza San Francesco, tra duelli finiti al primo sangue per l’amore di una fanciulla e gioiose rincorse adolescenziali per stornare la paura della maturità. Ma è vita che sembra non appartenere a niente, che si spegne sulle quinte inerti della piazza, lasciando a chi si trova a passare la sensazione di essere in un vuoto di coscienza. Una specie di “Saronnistan” dove vigono altre regole, dove tutti sono stranieri e nessuno è davvero padrone.

E’ l’anima di polvere di questa città. Polvere da nascondere sotto al tappeto.

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