Oggi è il 25 aprile, la “Festa della Liberazione”, e noto con piacere che è ritornata di gran  moda. Io, devo essere sincero, non l’ho mai particolarmente considerata niente di più che un giorno di vacanza. Un po’ come pasquetta. Lo so, non mi fa molto onore, ma apprezzate almeno l’onestà. 🙂 Il fatto che ci sia questo ritorno di fiamma è solo un bene, così anche gli ignoranti come me potranno imparare a capirne l’imporanza fino in fondo. La cosa che invece non va tanto bene è la mistificazione della realtà che da qualche tempo balla attorno al 25 aprile. Ho letto, su FB da parte di politici locali ma ovviamente tanto di peggio sui quotidiani nazionali, i tentativi da parte delle varie forze politiche di accaparrarsi un diritto di prelazione sul 25 aprile. Cose che mi fanno rabbrividire, del tipo “i partigiani non hanno fatto la resistenza, se ne stavano in pochi sulle montagne aspettando d’instaurare la dittattura rossa”. Be’, che dire? Che vale sempre la pena d’indignarsi di fronte a queste considerazioni, come mi ha indignato, l’altr’anno, la contestazione alla Moratti che sfilava a Milano spingendo la carrozzina di suo padre. Che schifo, veramente. Eppure basterebbe poco per capire il senso di questa ricorrenza nazionale: non è la festa di questo o di quel colore – anche se la storia, nonostante i tentativi di riscriverla, è molto chiara in proposito – ma la festa di tutti gli italani, che godono oggi della propria libertà personale grazie alle donne e agli uomini che, nei drammatici anni ’40 del secolo scorso, hanno contribuito a liberare l’Italia dall’odioso regime totalitario fascista. E questa libertà e questa Liberazione devono essere valori attorno ai quali riunirsi senza distinguo e da tutelare in maniera omnipartisan. Basterebbe – e lo dico ai saronnesi, che possono farlo – parlare con Paride Brunetti, tesimonianza vivente di quanto successo allora. Un aperitivo in meno e una chiacchierata in più, e magari se ne esce più intelligenti.

Io mi ricordo di Paride ai tempi della scuola media, quando era venuto a raccontarci della Resistenza, della lotta al fascismo, di come aveva dovuto uccidere degli uomini. Qualcuno dei miei compagni ridacchiava, qualcuno gli aveva chiesto dettagli cruenti perché la guerra ha sempre un bieco fascino che l’ignoranza e la supeficialità dei ragazzini aiutano a tenere in vita. Più di vent’anni dopo, come ho già scritto in questo blog, Paride va ancora ripetendo ogni volta possibile un grande valore della Resistenza, l’unità: “noi, là sui monti, non avevamo niente, dormivamo sulla paglia e vivevamo di quello che le donnette del paese ci portavano di notte, sfidando i tedeschi. Eravamo tutti con idee politiche diverse, ma eravamo uniti da due obiettivi: mandare via i tedeschi e fare in modo che il fascismo non potesse più tornare”. Questo è quello che rappresenta per me il 25 aprile: la necessità di riunirsi attorno a questo senso comune di Stato in cui i nostri diritti individuali ci sono garantiti in quanto cittadini italiani, al di là di tutti i distinguo possibili.

Credo che chi quell’epoca l’ha vissuta davvero sia riuscito a capirlo più di noi, ora. Erano anni di sofferenza e miseria, era un paese diverso e anch’io parlo per sentito dire. Però, come in tutte le famiglie, ho qualche esempio da portare: i miei nonni materni. Lui, fascista, volontario franchista nella guerra civile spagnola, scampato per un soffio alla campagna di Russia, capo di un campo di concentramento in Istria, guardia in moto ai ministri della Repubblica di Salò. Lei, proprietaria di un albergo a Cavaso del Tomba, nascondeva i partigiani nelle stanze sfidando i mitra tedeschi e, di notte, saliva sui monti a portare da mangiare. Si sono trovati e si sono sposati, e mio nonno, Maresciallo dei Carabinieri a Saronno negli anni ’60, ha servito lo Stato per il resto della sua vita, è stato sepolto avvolto nella bandiera italiana durante un funerale che ricordo con commozione e orgoglio.

Loro, così diversi, hanno saputo superare le divisioni, sposarsi, avere dei figli, costruirsi un futuro. Cinquant’anni dopo, un’intera nazione, che non ha nemmeno lontamente sperimentato gli orrori di quell’epoca lontana, non è in grado di unirsi sotto un valore comune neanche in occasione di questa festa che dev’essere una festa di tutti.

Meno male che tra due mesi ci sono i Mondiali: vivaddio, ci uniscono tutti.

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